maschio-angioino-logo
Facebook
Oggetto: Facebook
Data invio: 2016-01-29 14:20:01
Invio #: 729
Contenuto:
logonewsletter
.
1
Newsletters di [DATE]

Salve [NAME] oggi ti segnalo,

Caro collega,

con la sentenza n. 16712/14 la Suprema Corte di Cassazione ha fatto chiarezza in materia, stabilendo che la pubblicazione di una frase offensiva su di un profilo Facebook “rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network ed, anche per le notizie riservate agli «amici», ad una cerchia ampia di soggetti” e quindi postare un messaggio diffamatorio sul proprio profilo integra il dolo prescritto dall’art. 595 c.p., il quale richiede la semplice “volontà che la frase giunga a conoscenza di più persone, anche soltanto due”. Un’ ulteriore precisazione della sentenza è soprattutto quella di aver anche sancito che non è necessario indicare nome e cognome della persona a cui è rivolta un’allusione offensiva: se la “vittima” è facilmente individuabile e la frase incriminata è pubblicata sul proprio o l’altrui stato di Facebook o in commento a qualche altro post, potrebbe configurarsi il reato di diffamazione. Pertanto occorre concentrare l’attenzione sulla possibilità di qualificare i social network come “altro mezzo di pubblicità” ai fini dell’applicazione della aggravante di cui all’art. 595 comma 3 c.p., usualmente applicata alla diffamazione a mezzo stampa o a mezzo internet. L’articolo 595 comma 3 del codice penale recita testualmente: “se l’offesa è recata con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516″.

I social network non possono essere considerati mezzi di informazione e di conseguenza chi insulta o discrimina la personalità altrui o ancora l’aspetto e l’ideologia altrui non può invocare a sua discolpa il diritto di cronaca e di critica.

 

 

Le tue sottoscrizioni:
[SUBSCRIPTIONS]

 

1
.